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Appunti su Psicoanalisi e Gruppoanalisi come metodi di cura attraverso la conoscenza e le trasformazioni emotive a
cura di R. Filippo
Pergola
(versione PDF) Cosa sia la
Psicoanalisi sarebbe scioccamente riduttivo pretendere di scriverlo in questa
sede: il lettore particolarmente interessato potrebbe trovare utile la
lettura de Introduzione alla
Psicoanalisi (I e II serie di Lezioni) di Sigmund Freud, edito in
traduzione italiana per i tipi della Boringhieri,
correlando tale lettura con quella del breve ma intenso Amore, odio e riparazione di M. Klein e J. Riviere, in traduzione
italiana edito da Astrolabio. Ciò premesso, tuttavia
sono utili alcune considerazioni di massima per chiarire la nostra
prospettiva sulla psicoanalisi contemporanea.
La psicoanalisi mira alla scoperta di ciò che non ci si aspetta. Ciò è possibile esplicitando il significato inconscio dei discorsi, delle azioni, delle produzioni immaginarie (come, soprattutto, i sogni); tale metodo si fonda principalmente sulle associazioni libere del soggetto che sono la garanzia di validità dell’interpretazione: interpretazione che comunque può estendersi anche a produzioni umane per le quali non si dispone di associazioni libere. Il termine “cura psicoanalitica” indicherebbe un metodo psicoterapeutico fondato su tale indagine e specificato dall’interpretazione controllata della resistenza, del transfert (attraverso il quale si attualizzano desideri inconsci e si ripetono prototipi relazionali infantili) e del desiderio [cfr. Laplance - Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza]. La Psicoanalisi è una disciplina con suoi propri fondamenti scientifici e lo psicoanalista è un uomo di scienza, un ricercatore. La psicoanalisi è la scienza che indaga i processi psichici inconsci mediante un procedimento senza il quale questi sarebbero inaccessibili. La pratica psicoanalitica non può essere concepita come mera pratica psicoterapeutica. La tecnica psicoanalitica è sempre stata un metodo di indagine, uno strumento conoscitivo: tale metodo di indagine tuttavia si è rivelato essere anche un metodo terapeutico. Ma l’effetto terapeutico in psicoanalisi risulta conseguenza del fatto che lo scopo conoscitivo mantenga la sua funzione primaria: infatti se è vero che se si consegue la meta conoscitiva si consegue anche quella terapeutica, non è vero il contrario. Se si fa il contrario non vi è più alcun modo razionale per distinguere le pseudo-guarigioni dovute alla suggestione da quelle effettive. Le messe in guardia di Freud contro il ‘furor sanandi’ e il rischio di scambiare l’obiettivo conoscitivo con quello terapeutico testimoniano di ciò in modo inequivocabile. Per avere la possibilità di essere raggiunta, la meta terapeutica deve quindi rimanere secondaria: questo impedisce di definire il trattamento psicoanalitico come mera psicoterapia, pena il cancellarne l’aspetto essenziale e più caratterizzante, ossia quello della conoscenza e della comprensione che è il vero cuore pulsante della pratica psicoanalitica. L’ascolto psicoanalitico Quello che specifica un’analisi è che è il soggetto, l’analizzante, che svolge la propria analisi con l’assistenza di un analista. L’analista infatti non fa l’analisi, ma asseconda e assiste all’analisi che l’analizzante sta svolgendo in sua presenza intervenendo in tempi e modi opportuni secondo il metodo clinico inizialmente stabilito da Freud e arricchitosi successivamente, nel tempo, grazie al contributo delle successive generazioni di psicoanalisti. L’analisi personale è una vera esperienza originaria che viene messa in cantiere ciascuna volta nel ‘setting’ analitico e consente l’emergenza e l’evidenziazione, in condizioni sperimentali di isolamento, delle modalità di relazione e interrelazione psichica specifiche dell’analizzante. È affidata alla sola sfera della libertà del soggetto la propensione verso la rinuncia alle compensazioni nevrotiche o la loro accettazione cosciente. Questa scelta attiene alla più intima sfera della libertà del soggetto che dall’analista non riceve farmaci, né consigli, né prescrizioni, ma solo un ascolto incondizionato che gli permette di svolgere e di riconoscere la complessa produzione fantasmatica ed immaginaria in cui è coinvolto e che è alla base del suo disagio, lo stesso che lo spinge ad intraprendere un’analisi. Un soggetto può trovare insostenibile rinunciare alle proprie difese nevrotiche e dunque non gli si può neppure imporre la ‘guarigione’. Nessuno, neppure l’analista, che pure lo assiste nell’analisi, può ‘volere’ al posto suo, neppure per il suo bene. Un’analisi potrà dirsi riuscita solo se il soggetto stesso si sentirà in grado di ‘volere per sé’ e ‘da sé’, avendo superato anche la fase di dipendenza immaginaria dall’analista. I concetti della psicoanalisi forniscono strumenti utili per arricchire la propria vita e le relazioni con gli altri. In quanto approccio alla realtà della persona, un’analisi è quell’esperienza singolare grazie alla quale ci si
riappropria del senso delle proprie parole e ci si orienta verso se stessi. Se l’intervento in analisi
consistesse nel fornire consigli su come comportarsi o soluzioni pronte
all’uso, allora sarebbe psicoterapeutico. Ma l’analista sa
che così facendo si rischia di cadere nella trappola tesa dalle resistenze e
di vendere ai clienti-analizzandi un’altra
merce rispetto a quella per cui pagano,
trasformandoli nella stessa occasione in pazienti. La psicoanalisi trova dunque nell’ascolto quell’elemento che più la caratterizza. Ascoltare è l’unica cosa che l’analista deve assolutamente sapere fare, l’unica prestazione che egli ha veramente il dovere di offrire a chi si rivolge a lui. Credo che la psicoanalisi non miri direttamente né alla cura del sintomo, né alla risoluzione di particolari problemi, ma al raggiungimento di una chiarezza sufficiente riguardo alle proprie questioni. Il bisogno di parlare con qualcuno che sa ascoltare è probabilmente antico quanto l’uomo e forma una dinamica che si ritrova in tutti i tipi di rapporti interpersonali. In effetti il transfert dovrebbe a mio parere essere visto, più che come una ricerca inconscia di certe figure importanti del passato personale, come una ricerca mai riuscita in passato: quella di un interlocutore capace di ascoltare e comprendere decifrando il linguaggio inconscio del ‘Vero Sé’. Analista e analizzante Una delle peculiari caratteristiche della
situazione analitica è data dalla presenza di una variabile significativa che è la mente dell'analista. Non è dunque
possibile alcun discorso, sul paziente o sul metodo, che non tenga conto che la situazione psicoanalitica è co-determinata dalla coppia paziente-analista. Non sono
dunque strumenti empirici o oggettivabili che
possono consentire un approccio scientifico, bensì è necessario cogliere la
specificità della situazione analitica Senza volere per adesso distinguere tra i vari modelli della psicoanalisi, una caratteristica comune mi sembra quella in cui contenuti non pensabili, che si esprimono in sintomi o in sofferenza, o in comportamenti, si trasformano in emozioni e pensieri descrivibili con la scomparsa o attenuazione dei sintomi attraverso l’incontro con l’analista e la sua mente (Ferro A., Tempo e narrazione, in “Funzione Gamma”, n° 17). Si configura così una nuova coppia: non più l’analista
e l’analizzato, ma l’analista e l’analizzante.
Questa relazione dovrebbe sortire l’effetto di cura in quanto avviene
una “metabolizzazione” di quanto era
rimasto indigerito da esperienze relazionali
insoddisfacenti o traumatiche, che si completa con l’introiezione del
metodo per trattare protoemozioni e protopensieri. Psicoanalisi come cultura Il mondo della psicoanalisi contemporanea può essere definito come postfreudiano. I pilastri della sua teoria sono stati messi in discussione e a volte trasformati; anche i principi tecnici fondamentali sono stati ripensati e modificati, nonostante ciò l’opera di Freud resta una delle conquiste più notevoli della cultura occidentale. Con l’avvento di molte forme di psicoterapia e degli psicofarmaci la psicoanalisi ha perso il monopolio quasi assoluto di cui godeva un tempo come trattamento psicologico. Nel nostro mondo moderno, segnato da cambiamenti frenetici, la languida sospensione del tempo e la riflessione in profondità che caratterizzano la psicoanalisi possono sembrare datate. Nello stesso tempo, al di fuori dell’ambito strettamente clinico, la psicoanalisi è stata oggetto di un interesse sempre maggiore: i contributi di Freud sono così intrecciati nel tessuto della nostra cultura e dell’esperienza che abbiamo di noi stessi che è come dire che siamo tutti ‘freudiani’. La psicoanalisi è un approccio all’esperienza umana che è diventato costitutivo della nostra cultura e pervade il modo in cui oggi abbiamo esperienza di noi stessi e della nostra mente. Le concezioni freudiane hanno cominciato a fondersi con la nostra cultura e oggi formano l’unica mitologia occidentale che gli intellettuali contemporanei abbiano in comune. Freud era un grande scrittore e il suo argomentare consente a chiunque lo desideri di seguire lo sviluppo delle sue idee. Oggi, la maggior parte dei testi postfreudiani sono scritti in uno stile che presenta la psicoanalisi come un mondo a sé le cui ricchezze sono accessibili soltanto a pochi eletti. A dispetto dei desideri dello stesso Freud, la psicoanalisi, soprattutto negli Stati Uniti, è stata fino a tempi recenti una pratica completamente medicalizzata e ciò, a nostro avviso, è stato un grave errore: ad ognuno il suo mestiere, o si fa il medico, o si fa lo psicoanalista, che è tutt’altra cosa. Così l’impressione che le idee della psicoanalisi fossero accessibili soltanto agli ufficialmente iniziati, in parte rifletteva gli interessi finanziari e politici di coloro che traevano beneficio dal tenere viva l’impressione che la psicoanalisi fosse una specializzazione medica e appannaggio di tale ‘lobby’. Freud non ha mai nutrito dubbi che la psicoanalisi costituisse, a tutti gli effetti, una scienza con pari dignità rispetto a tutte le altre branche della ricerca scientifica, tuttavia lo stesso Freud è consapevole delle difficoltà concettuali-epistemiche che hanno reso più difficile il cammino della psicoanalisi, la quale si è dovuta conquistare un suo spazio specifico lottando sia contro la medicina, sia contro la filosofia. Nella psicoanalisi è in corso un processo di modernizzazione; è necessario che le idee di tale scienza vengano messe a disposizione di tutti coloro che sono interessati. Le trasformazioni del mondo circostante si sono insinuate nella teoria e nella pratica della psicoanalisi, modificandole profondamente: tuttavia molti dei contributi originali di Freud rimangono, accanto ad innovazioni da lui annunciate e non sviluppate, e non vi è praticamente nulla, nei problemi incontrati dagli analisti di oggi o nei concetti che essi hanno generato affrontando tali problemi, che non sia stato anticipato, in qualche modo, da Freud. Oggi però si concepisce il processo psicoanalitico in modo diverso da Freud e dai suoi contemporanei, anche se lo si descrive con il medesimo linguaggio. Il tipico paziente di Freud era la persona adattata alla propria cultura con l’unica eccezione dell’intrusione di una sintomatologia indesiderata e spesso bizzarra. Il tipico paziente della psicoanalisi odierna è una persona spesso senza sintomi bizzarri, in cui proprio l’adattamento al suo tempo viene considerato il problema. Per Freud gli obiettivi della psicoanalisi sono la risoluzione dei sintomi rendendo conscio l’inconscio e il raggiungimento di “un certo controllo delle pulsioni” da parte della ragione che rende improbabile la formazione di sintomi in futuro. Oggi l’obiettivo della psicoanalisi viene concepito come costruzione di un senso di identità più ricco ed autentico. La verbalizzazione delle fantasie inconsce è ancora importante, ma non è più sufficiente; ciò che è diventato centrale è lo svilupparsi del senso di significato soggettivo del paziente. L’interpretazione La psicoanalisi non si cura della patologia né della normalità,
non etichetta le persone e non ricerca nuove sostanze, ma si occupa
dell’intesa delle verità enunciate dal soggetto. ‘Analizzare’
è mettere a disposizione della persona uno spazio privilegiato di parola tale
da renderla ascoltabile nella sua verità. Il contenimento emotivo Tuttavia sarebbe un errore privilegiare il primato della interpretazione nel tentativo di differenziare la psicoanalisi dalla psicoterapia, poiché in tal modo si minimizza l’altro fattore terapeutico, quello legato al rapporto emotivo con l’analista, che è sempre basato su una nuova esperienza mai fatta prima. È impossibile cioè separare artificiosamente i due fattori curativi, dato che l'interpretazione non esiste in un vacuum, ma può essere comunicata solo all’interno di un rapporto. Esiste, ad esempio, un’“esperienza emozionale correttiva”. E che dire della ‘scoperta’, da parte di quegli autori che hanno approfondito lo studio della identificazione proiettiva, dell'importanza del ‘contenimento’ delle emozioni disturbanti proiettate dal paziente senza necessariamente interpretarle? Un terapeuta che permette al paziente di introiettare nuove capacità adattive, o, in termini psicoanalitici, di modificare il suo Super-Io arcaico tramite nuove introiezioni. Queste ultime cose ci portano a fare alcune considerazioni finali che sono forse le più importanti di questa breve discussione. Cosa è dunque la psicoanalisi? Solamente interpretare i contenuti latenti, senza riguardo per la struttura psichica nella sua globalità e per il rapporto emotivo che il paziente in quel momento è in grado di avere col terapeuta? Voglio concludere queste mie brevi riflessioni citando un passaggio di Freud del 1910, molto esplicito al riguardo: È un concetto da lungo tempo superato e derivante da apparenze superficiali, quello secondo il quale l’ammalato soffrirebbe per una specie d’insipienza, per cui, se si elimina questa insipienza fornendogli informazioni (sulla connessione causale della sua malattia con la vita da lui trascorsa, sulle esperienze della sua infanzia, e così via) egli dovrebbe guarire. Non è un tale "non sapere" per se stesso il fattore patogeno, ma la radice di questo "non sapere" nelle resistenze interne del malato, le quali in un primo tempo hanno provocato il "non sapere" e ora fanno in modo che esso permanga. Il compito della terapia sta nel combattere queste resistenze. La comunicazione di quanto l’ammalato non sa perché lo ha rimosso, è soltanto uno dei preliminari necessari alla terapia. Se la conoscenza dell’inconscio fosse tanto importante per il paziente quanto ritiene chi è inesperto di psicoanalisi, basterebbe per la guarigione che l’ammalato ascoltasse delle lezioni o leggesse dei libri. Ma tali misure hanno sui sintomi della malattia nervosa la stessa influenza che la distribuzione di liste di vivande in tempo di carestia può avere sulla fame (Freud, Opere, vol. 6, p. 329). In ogni caso compito dell’analista è di rendere pensabile al paziente ciò che prima pensabile non era. L’analista in seduta ha una forte responsabilità etica perché cura una persona sofferente, e i tragitti conoscitivi sono strumenti di cambiamento in direzione terapeutica. La teoria delle Relazioni Oggettuali In estrema e troppo banalmente riduttiva sintesi, in questa sede si può evidenziare come, spostando l’attenzione dalle pulsioni alle relazioni oggettuali, Melanie Klein abbia proposto un originale modello di psiche più complesso di quello freudiano, anche se sostanzialmente sovrapponibile. Relazionandosi con oggetti esterni, la mente si popola di oggetti (parziali o totali) di tutti i tipi, intesi come rappresentanti dell’oggetto e delle sue qualità affettive. La mente, dunque, diventa un contenitore di oggetti simbolizzati che danno origine a pulsioni e sentimenti via via più complessi e che spiegano l’origine del pensiero. Per la Klein la pulsione senza oggetto non esiste, neppure il narcisismo ne è esente, dal momento che si tratta di una relazione con oggetti interiorizzati. Gli affetti primari dell’amore, dell’odio, dell’angoscia, sono perciò relazionali fin dall’inizio, poiché è la relazione, la presenza reale o fantasmatica di un oggetto, l’obiettivo principale della pulsione (anziché l’appagamento di per sé). In particolare, nel pensiero della Klein la relazione con la madre riveste un ruolo centrale e determinante per lo sviluppo psichico del bambino e, quindi, dell’adulto. Nel passaggio da un’organizzazione patologica della psiche ad un pensiero ambivalente (che, cioè, vive in modo maturo la coesistenza di qualità opposte nell’oggetto) si dimostrano fondamentali i concetti kleiniani di riparazione e invidia. Nel modello kleiniano tradizionale c'è un
continuo e privilegiato riferimento alla fantasia inconscia corporea,
autentico eroe della vicenda analitica, a cui ogni discorso del paziente
rinvia. I personaggi della seduta corrispondono
a oggetti interni del paziente, animati e organizzati dalla fantasia
inconscia sotto la spinta di impulsi primitivi. Nel transfert tali oggetti
interni vengono scissi e proiettati sull’analista,
il quale dovrà cercare di riconoscerli e descriverli al paziente con i loro
attributi specifici, favorendone la reintroiezione.
Risalire dai personaggi manifesti e dalle loro vicissitudini alle fantasie
inconsce originarie del paziente è lo scopo principale del lavoro
interpretativo (Ferro A., op. cit.). Il metodo gruppoanalitico Da ultimo vorrei spendere qualche parola su uno dei più rilevanti metodi analitici scaturiti dalla psicoanalisi: la “gruppoanalisi”. L’analisi mediante il gruppo, ha come rappresentante principale Foulkes, che pose come principale tecnica di lavoro nel gruppo, l’analisi attraverso il gruppo (by the group), attraverso quindi il processo che si attua dalla matrice di base per evolvere in quella dinamica. Foulkes considera la mente, come un fenomeno trans-personale e trans-generazionale, come il sedimentarsi delle modalità relazionale familiari. L’autore, propone una lettura del gruppo (sia familiare che terapeutico) attraverso quello che accade qui e ora. Il gruppoanalista pone attenzione al processo, attraverso il quale il gruppo attraversa emozioni, affetti, pensieri autoriferiti o del singolo membro. Ma anche di fronte alla coppia di genitori, si assesta nella mente del terapeuta un gruppo, un gruppo allargato, medio, piccolo secondo quanto vuole restringere o allargare il campo d’osservazione: dobbiamo quindi capovolgere il pensiero riferendoci alla strutturazione di un legame primario, che non discende linearmente da una situazione duale, per poi estendersi gradualmente ad acquisizioni affettive e sociali più allargate, quanto piuttosto, al contrario, il quale tende a superare la dicotomia individuo-gruppo, e si concentra sul processo comunicativo in cui assumono rilevanza tanto l’individuo quanto il gruppo nel suo insieme. Secondo Foulkes, il progetto terapeutico di una gruppoanalisi è simile alle altre psicoterapie quanto alla catarsi, al transfert, ai processi di identificazione e controidentificazione, differenziazione e di proiezione; tuttavia nella situazione di gruppo agiscono alcuni fattori terapeutici che si possono ritenere specifici di un gruppo. Le tre istanze psichiche (Es, Io e Super-Io), sono rappresentate nel gruppo attraverso, scissione e spostamenti, capri espiatori e favoritismi. Il gruppo diviene simbolo di oggetti interni (madri, padri), ed oggetti esterni (mondo e altri in generale). Il paziente si rende conto che, anche altre persone soffrono di problemi, ansie, impulsi simili ai suoi. Questa consapevolezza da sollievo e favorisce l’attenzione dei propri sensi di colpa. Il proprio materiale rimosso attraverso la “reazione speculare”, viene riconosciuto più facilmente in altri e ciò permette una discussione ed un’analisi che, anche se riferita ad altri membri del gruppo, è rivolta contemporaneamente a se stesso. La polarizzazione consente ai vari membri, la rappresentazione di un fenomeno unico attraverso più persone, ciò significa che ogni soggetto rappresenta un particolare aspetto di un problema ambivalente mostrandosi così eterogeneo. Tali reazioni si basano sul fenomeno della risonanza, ossia su una comunicazione inconscia tra due o più membri del gruppo, in particolare il partecipante vive intense emozioni, comportamenti, verbalizzazione istintive nei confronti di un’altra persona, come se avesse percepito a livello inconscio le sue problematiche, anche se non espresse verbalmente. Come già la psicoanalisi classica è fondamentale ermeneusi dei vissuti socio-politici, economici e religiosi, così la gruppoanalisi si propone come vertice preferenziale per leggere ed analizzare le trasformazioni e la ricchezza creativa della diversità di un vissuto sociale sempre più complesso. Oggi risulta imprescindibile leggere le dinamiche del cambiamento, cioè del rapporto fra intervento politico e realtà sociale, attraverso quel vertice gruppale che permette di superare le dicotomie individuo-società all’interno di una “cultura del gruppo” che si propone come capacità di governare il cambiamento. Estremamente interessanti paiono in tal senso le metodologie del “Social dreaming” e dei “Gruppi alla Balint” (di cui abbiamo trattato altrove). Attraverso di esse è possibile operare anche in chiave preventiva: sia nella formazione degli operatori delle ‘professioni di aiuto’ (siano essi psicologi, psicoterapeuti, medici, assistenti sociali, insegnanti, avvocati, genitori, ecc.); sia nella guida e/o elaborazione dell’organizzazione di un’istituzione o ambito lavorativo o educativo. A chiosa di queste pagine mi preme ricordare che quanto sopra sono solo delle considerazioni di massima utili al fine di un orientamento del lettore, che così può farsi un’idea - solo generica - dell’approccio seguito nelle attività dell’Associazione di Psicoanalisi applicata alla Relazione Educativa (A.P.R.E.).
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Codice fiscale dell’APRE-onlus:
97437630581 – Registrata il 24 ottobre 2006 numero 7405 serie 3, presso
l’Ufficio Delle Entrate Roma 5
Autore: R. Filippo Pergola - Webmaster:
Roberto Peron