International Journal of Psychoanalysis and Education
psicoanalisi e gruppoanalisi
applicata alla relazione educativa e ai suoi processi e contesti
socio-culturali
ISSN 2035-4630
[Iscrizione al Tribunale di Roma n° 142/09 del 4 maggio 2009] organo
ufficiale dell'A.P.R.E
copyright © APRE
200 6
Direttore: R. Filippo Pergola
Comitato
di Co-Direzione Scientifica:
Arturo Casoni,
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Capo-redattore: Alessandra
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G. Terziani, Giusy Tozzini
Direttore
Responsabile: Mario
Macciò.
L’I.J.P.E. è una rivista scientifica in cui vengono pubblicati
saggi, studi e ricerche sia di ambito clinico che di rassegna suddivisi in cinque
sezioni: genitorialità (psicoanalisi
della gestazione e della maternità, funzione paterna, processi
transgenerazionali, ecc.); scuola
(aspetti emotivo-affettivi inconsci tra allievo-docente-istituzione
scolastica nei processi di insegnamento e apprendimento, dinamiche di gruppo
in funzione analitica, ecc.); clinica (psicopatologia
dell’infanzia e dell’adolescenza, condotte a rischio, disturbi di
personalità, supervisione analitica per gli educatori); cultura e società (analisi delle organizzazioni
lavorative e delle istituzioni socio-politiche, economiche e religiose, delle
specifiche culture e società, della produzione artistica, etnopsicoanalisi e
transculturalità, ecc.); recensioni.
I nostri scopi sono: far
progredire la scienza psicoanalitica applicata all’analisi della
relazione e dei processi in tutti i contesti educativi (istituzioni sociali,
economiche, politiche, religiose e culturali) anche al fine di contribuire a guidarne
l’organizzazione; favorire una formazione psicodinamica di tutti coloro
che operano in tali contesti, come responsabili e operatori implicati in tale
relazione.
Ci anima la convinzione che
anche attraverso una rivista di psicoanalisi applicata si possa contribuire a
percorsi di prevenzione e/o recupero di
diverse psicopatologie e malesseri psico-sociali. Il non tener conto
dell’inconscio disturba sempre la relazione, non solo quella
terapeutica: l’effetto lesivo di questa omissione è particolarmente
evidente nelle relazioni di aiuto ed in quelle educative. Pertanto
è uno strumento “in-formativo” QQsssindirizzato a qualsiasi tipo di educatore e a
operatori nell’area assistenziale sociale, sanitaria, politica e
giuridica animati dall’intento di prevenire e/o recuperare lo svantaggio
psicologico e psico-sociale dei destinatari della propria azione educativa.
Crediamo che la prospettiva psicoanalitica sia una via privilegiata per la
reale “coltivazione” di se stessi: capace di condurre alla
profonda conoscenza del proprio “mondo interno” proprio e altrui,
al “senso della vita”, a quella “con-versione” (nel
senso etimologico di “vedere le cose da un altro punto di vista”)
a seguito della scoperta del Vero, del Bene e quindi del Bello. È una
splendida avventura “trasformativa” di navigazione nell’inconscio
alla scoperta del mistero più grande: se stessi! E questo è un cammino
fondamentale affinché qualsiasi azione educativa sia efficace, non
patologizzante, ma capace di “generare” persone libere e
creative.
Il
tutto dovrebbe offrire delle indicazioni per compiere “la Seconda
navigazione”. La metafora la riprendiamo da Platone, che la usa nel
“Fedone”, a sua volta mutuandola dal linguaggio marinaresco (in
cui l’espressione designa quella navigazione che si fa in assenza di
vento e che quindi è più faticosa perché bisogna metter mano ai remi): con
ciò il filosofo greco voleva indicare quell’esperienza di conoscenza
che porta a cogliere la verità che rende liberi e felici in modo perdurante,
all’eudaimonia. Per farsi
intendere meglio sull’intero processo, Platone racconta nel suo
“De Repubblica” il “Mito della Caverna” che di
seguito parafraso.
Immaginiamo che degli uomini vivano in una
caverna che abbia l’ingresso aperto verso la luce per tutta la sua
larghezza, con un lungo andito d’accesso; poniamo ora che gli abitanti
di questa caverna siano legati alle gambe e al collo in modo che non possano
girarsi e che quindi possano guardare unicamente verso il fondo della caverna
medesima. Immaginiamo poi che appena fuori dalla caverna vi sia un muricciolo
ad altezza d’uomo e che dietro questo (e quindi interamente ricoperti
dal muricciolo) si muovano degli uomini che portano sulle spalle delle statue
lavorate in pietra e in legno, raffiguranti tutti i generi di cose.
Immaginiamo, ancora, che dietro questi uomini arda un grande fuoco e che, in
alto, splenda il sole. Infine immaginiamo che la caverna abbia una eco e che
degli uomini che passano al di là del muro parlino, in modo che dal fondo
della caverna le loro voci rimbalzino per effetto dell’eco. Ebbene, se
così fosse, quei prigionieri non potrebbero vedere altro che le ombre delle
statuette che si proiettano sul fondo della caverna e udrebbero l’eco
delle voci: ma essi crederebbero, non avendo mai visto altro, che quelle
ombre fossero la vera e unica realtà e crederebbero anche che le voci dell’eco
fossero le voci prodotte da quelle ombre.
Ora, supponiamo che uno di questi
prigionieri riesca a sciogliersi con fatica dai ceppi: costui con fatica
riuscirebbe ad abituarsi alla nuova visione che gli apparirebbe; e,
abituandosi, vedrebbe le statuette muoversi al di sopra del muro, così
capirebbe che quelle sono ben più vere di quelle cose che prima vedeva e che
ora gli appaiono come ombre. E supponiamo che qualcuno tragga il nostro
prigioniero fuori della caverna e al d là del muro: egli resterebbe
abbagliato prima dalla gran luce e poi, abituandosi, vedrebbe le cose stesse
e; da ultimo, andando più avanti, trovato un lago, vedrebbe riflessa nello
specchio d’acqua la luce del sole; infine alzando lo sguardo, ormai
pronto, vedrebbe il sole in sé, e capirebbe che questa sono le realtà vere e
che il sole è causa di tutte le altre cose visibili.
Il mito esposto ha per Platone varie
letture, di cui a me preme sottolinearne due:
-
il
cammino di “con-versione gnoseologica” (cioè conoscitiva), che
indica il passaggio da una conoscenza “fasullizzante” al vedere
le cose come sono in sé, al di là delle apparenze, per giungere a cogliere
come le “cose” sono in verità, così liberando se stesso;
-
l’impegno
socio-politico: cioè la necessità etica, una volta fatta tale esperienza, di
impegnarsi a liberare gli altri dai ceppi, contribuendo al cambiamento del
mondo intorno a noi.
Alcuni
dei contenuti che troverete saranno scomodi, occasione di
“scandalo” e non sempre facilmente accettabili: d’altronde
in tutte le culture e religioni si trovano scritti che evidenziano quanto
difficilmente la “luce” che rende consapevoli di come le
“cose” stanno veramente viene accettata e come invece si
preferiscano le “tenebre” della rimozione nell’inconscio,
l’abitudinarietà di restare imprigionati nella “caverna”,
continuando a credere che le “ombre” siano la verità. Spesso,
tanto quanto li desideriamo, tanto quanto abbiamo paura della libertà e dell’amore.
È un metodo faticoso, quello della “seconda navigazione”, ma ne
vale la pena per la ricchezza che otterremo e perciò siamo certi troverete la
lettura dei nostri articoli gradevole e proficua.
Sperando
con ciò di essere utili compagni di cammino nel proprio percorso di vita
personale, auguriamo buona lettura e...
buon Viaggio attraverso la
“seconda navigazione”!
Il Direttore
Dr. R. Filippo Pergola
(*) nell’immagine: “La nave Argo
e gli Argonauti”, di G. De Chirico, 1961 (in collezione
presso l’IRI)
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